FERRATA TRINCEE




Sabato 15/07/17 Con Fabio




Tempo salita :
Percorso intero :
Dislivello salita :
Impegno :
Carta 1/25.000 :
ore 4,15
ore 5,15
m. 850
EEA Ferrata difficile i primi venti metri, poi media
Tabacco foglio 15


Sono gli innalzamenti montuosi più settentrionali del gruppo della Marmolada. Sopra quel Passo di Fedaia che avremmo voluto ammirare anche senza il bacino artificiale che lo contraddistingue oramai dal lontano 1956, al quale si sono poi accompagnati i soliti impianti di risalita. Certo appare bello in un primo momento e lo è indubbiamente, ma trasforma il paesaggio in qualcosa di forzato e anche inquietante. Ciò che la natura ha modellato, andrebbe tenuto in osservazione e preservato. La catena del Padón si estende con andamento quasi orizzontale dalla Val di Fassa fino alla Val Pettorina e quasi tutta alla portata dell’escursionista, che può scegliere le passeggiate e gli scollinamenti lungo le pendici erbose che coprono la nera roccia vulcanica, oppure la più accattivante Via Ferrata delle Trincee che porta tra le altre cose, sui luoghi testimoni del primo conflitto mondiale. Lo stesso Passo del Padón fu occupato dagli Italiani nelle prime fasi della guerra. Vi costruirono baracche e passaggi in roccia, nonché gallerie oggi aperte al pubblico, tentando di forzare i capisaldi austriaci sulla Mésola. Un percorso ferrato difficile che si affaccia inoltre sul palcoscenico settentrionale della Marmolada, gratificando non poco le nostre fatiche.

Percorso:
:saliti sul Passo di Fedaia, lasciamo l’auto in prossimità della diga e del Rifugio Ettore Castiglioni m 2058. Meglio sul presto in alta stagione, non per la lunghezza del percorso, ma per evitare la calca di moto e macchine che il posto richiama quotidianamente. Dirimpetto parte il sentiero 698, subito ripido guadagna metri sulle verdi ondulazioni che ancora nascondono parzialmente il gruppo della Mésola. Fiancheggiamo intanto il crestone basaltico di Bescul che ancora custodisce le tracce della prima linea austriaca. Questa scendeva da Porta Vescovo, oltrepassava il valico e risaliva il versante nord della Marmolada con il “Trincerone del Nido” passando il Col de Bous e fino alla “Città di Ghiaccio”. Ci si arriva volendo con piccola deviazione a destra, anche se per ovvi motivi di tempo e fatica sconsigliamo l’abbinamento con la ferrata. Troviamo il Rifugio Gorza chiuso (aperto solo nella stagione sciistica), così come la Funivia Arabba-Porta Vescovo per chi volesse eventualmente approcciare da nord. Verso est dunque, sul sentiero 680 (Sentiero Geologico Arabba) incontro alle prime rocce nere che dividono il Veneto dal Trentino Alto Adige. Ne percorre la base fino al lontano Rifugio Padón, noi deviamo quasi subito in prossimità della parete verticale iniziale, dove ha inizio la Ferrata delle Trincee e attendiamo il nostro turno per agganciarci al cavo metallico (ore 1,10). Sembra la prua di una nave. I primi venti metri sono davvero duri, annaspiamo con le punte degli scarponi in cerca di microscopici appoggi levigati dal contatto continuo con centinaia di altri scarponi, guadagniamo un piccolo terrazzino. Breve cengia e su per un tratto molto bello in esposizione, ad aggirare uno spigolo che anticipa una placca inclinata di media difficoltà. Scavalchiamo una prima lama e scendiamo lungo il lato meridionale di una seconda, trovandoci davanti al ponticello sospeso che abbiamo visto in tante foto. Passaggio spettacolare così come il colpo d’occhio a 360°. Sul versante opposto accarezziamo la cima del Bec de Mesdì m 2727, la più alta del gruppo e andiamo a calare con prudenza fino a un intaglio erboso dove abbiamo una prima opportunità di scendere a valle anticipatamente. Proseguiamo altrimenti sul sentiero austriaco che saliva alle postazioni avanzate della Mésola. Doppiamo uno spigolo e assecondiamo una cengia che conduce ad un terrazzo dove cento anni fa era posto un grosso riflettore. Gradini sul vuoto aiutano a perdere quota dall’altra parte, fino a tagliare orizzontalmente il successivo pendio prativo che conduce ai baraccamenti italiani. Anche i meno interessati alla storia sono portati a curiosare tra le vecchie mura ancora in piedi e le travi barcollanti, quanti aneddoti potrebbero raccontare. La discesa a valle ci tenta, a questo punto, ma è un percorso troppo bello che va completato assolutamente. Seguiamo il dosso dunque, trovando poco avanti le indicazioni per il Bivacco Bontadini (andrebbero meglio poste prima, per evitare dubbi d’orientamento). Riparte il sentiero attrezzato, anche se le difficoltà sono minori in questo settore. Superata una prima breve galleria e un tratto facile, ci avviciniamo in discesa esposta all’ingresso della galleria principale lunga almeno 300 metri. Indispensabile la pila o la luce del telefonino per trovare la via giusta nei cunicoli (catarifrangenti triangolari aiutano in questo). Brevi rami secondari si affacciano sui prati del Fedaia e verso la Marmolada, ma non vediamo l’ora di uscirne e rimetterci in posizione eretta. Finalmente alla luce del sole appare davanti il Bivacco Bontadini, appollaiato tra le rocce e le mura a secco, un invito ad appoggiare lo zaino sulle panche e riprendere fiato (m 2552, ore 3,30). Dedicato a un colonnello degli Alpini è collocato dove, in periodo bellico, operava una postazione di artiglieria. Sulla destra del foro d’uscita della galleria, sale con qualche facile scalino di 1° la traccia che in dieci minuti arriva sulla cima della Mesolina (m 2636), per gli instancabili che non si fanno mancare nulla. Concludiamo in discesa altrimenti per facile sentiero, al Passo del Padón e all’omonimo Rifugio (m 2369, ore 4,15), transitando per la stazione a monte della seggiovia.

Tempo totale attraversata Creste del Padón ore 4,15, compresa la salita alla Mesolina.
Dislivello salita m 850 circa compresa la salita alla Mesolina.

Ritorno:
lungo il 680 (Sentiero Geologico Arabba – Porta Vescovo), che parte dal rifugio Padón e va a sfiorare la cosiddetta “Collinetta della Morte”: così battezzata dai nostri Alpini più volte lanciati all’assalto delle imprendibili postazioni avversarie. Abbandoniamo poi il sentiero per una traccia a sinistra, che punta senza possibilità di sbagliare, la diga ancora lontana dove ci aspetta la macchina. Oltre le reti anti valanga, scendiamo sensibilmente i prati lasciati al pascolo delle vacche, appena sopra le gallerie della statale 641 fuoriusciamo al punto di partenza (ore 1,00 dal Rifugio Padón).