MONTE PELMO




Sabato 7 luglio 2007 da solo




Tempo salita :
Percorso intero :
Dislivello salita :
Impegno :
Carta 1/25.000 :
ore 5,45
ore 10,00
m. 1709
EE 2° solo in due brevi passaggi, nel complesso lunga e faticosa
Tabacco foglio 25


Se la Marmolada è la più completa e la più alta, il Pelmo può sicuramente esaltare la sua purezza. Privo di funivie, impianti sciistici e vie ferrate, al riparo da incessanti nuove proposte turistiche che minacciano cataclismi e sconvolgimenti dell’ambiente montano. Le Torri del Vaiolet si mostrano solo alle persone che risalgono il Gartl, le Tre Cime di Lavaredo bisogna aggirarle al nord, la Civetta per la sua parete nord ovest, il Pelmo da ogni dove. Da un qualsiasi alpeggio o da una qualsiasi strada si sta percorrendo, appare immenso, unico, inequivocabile, un riferimento sicuro anche per dare un nome ad altre cime che non conosciamo. La sua massa compatta ed il suo isolamento quindi, ma anche la sua storia alpinistica, sembra che a metà del secolo scorso, fossero già noti ben quattro punti per accedere al “Valòn”, superando i fianchi scoscesi e repulsivi di questa montagna bellunese. Per questa e altre ragioni vanno forse rivedute le ipotetiche conquiste da parte di Baal, Grohmann e soci, su montagne non più difficili di questa. Primi sicuramente a pubblicizzare alcune grandi ascensioni, che probabilmente i nativi già conoscevano. Chiunque sia stato a tracciare la via di salita lungo la cengia, divenuta la classica ai giorni nostri, ha fatto davvero una gran cosa. Espostissima, fa subito capire agli intrusi che non è una passeggiata. Almeno un passaggio sfiora un secondo grado più scomodo che difficile. Il famoso “Passo del gatto”, quasi sempre facilitato dalle corde fisse, poste dal gestore del Rifugio Venezia. Meglio comunque portarsi un cordino proprio per ogni evenienza, i chiodi sono in loco. Una volta usciti dalla cengia, si salgono delle rocce facili, ritrovando quasi subito gli omini che ci guidano per sentiero sulla destra, dove il terreno è ideale alla progressione. Faticoso il “Valòn”, ripido sul finire, quando ci si sposta ulteriormente a destra per affrontare quelle stratificazioni che danno accesso ai “Van”. Uno dei primi ghiacciai delle Dolomiti a scomparire, per la poca consistenza ed un’esposizione troppo diretta al sole. Rimangono piccoli nevai, che aiutano gli spostamenti incontro alla linea di cresta, dove si può finalmente allungare il collo sul nulla assoluto che sta dall’altra parte. Con orrore si cerca di portare il baricentro il più avanti possibile, esponendoci quel minimo per vedere la base della parete. Poi la scalata finale, a rimontare l’unico fianco di roccia accessibile all’escursionista. Un gradino appena più difficile, non ferma gli audaci arrivati a cinquanta metri dalla croce, ultimi passi felici che porteremo a lungo nel cuore.

Percorso: un comodo avvicinamento al Rifugio Venezia (m1947), ha inizio a Zoppè di Cadore (m1460). Sfilando le prime case di Saguì, si prende il sentiero 471 sulla destra che porta prima ad attraversare un piccolo corso d’acqua e a rimontare poi, tutta la dorsale del Col di Sant’Anna, fino a confluire sulla strada militare (sent. 493) che quasi in piano conduce sul Passo di Rutorto ed in breve al Rifugio Venezia. Dislivello salita m 487. Tempo salita ore 1,45.
Alle spalle del Rifugio, parte il sentiero 480 in direzione Rifugio Città di Fiume. Lo si abbandona ben presto, salendo a sinistra incontro a delle rocce bianche che si scalano con qualche incertezza. Più in alto compaiono gli omini e la traccia sempre più chiara conduce in piena parete a sinistra, sulla Cengia di Baal. Subito esposta, richiede calma e in diversi punti il controllo dei movimenti. Sulla terza rientranza il passaggio più tosto, il famigerato “Passo del gatto” si superava un tempo letteralmente strisciando, con la gamba sinistra nel vuoto. Ora anche grazie ai chiodi e al cordino presente in loco, lo si passa all’esterno, con apprensione. Per sentiero si esce dalla cengia, attaccando dei gradini facili dove non è ben chiara la direzione da prendere. Più in alto ricompaiono gli omini che ci accompagnano sulla destra dove il terreno è meno scabroso. Lunga e faticosa salita del “Valòn” sempre più ripido a ridosso ormai delle stratificazioni caratteristiche di questa montagna. Gli omini ci guidano dove è facile e con qualche gradino di primo grado agguantiamo le prime nevi del circo soprastante. In diagonale ora a puntare quel filo di cresta che divide la calotta sommitale dalla Spalla Sud e destra con divertente arrampicata finale in cresta fino al punto più alto. (m3168, ore 4,00 dal Rifugio Venezia).

Tempo salita ore 4,00.
Dislivello salita dal Rifugio Venezia m 1222


Ritorno:lungo il medesimo tracciato.

NB: la salita alla cima del Pelmo, nel suo insieme, si può considerare ancora dentro il limite del buon senso escursionistico ed un paio di brevi passaggi sul secondo grado, stimolano coloro che cercano anche il contatto con la roccia. L’andare oltre però significa arrampicare. Non è di fatto più pericoloso, è il normale evolversi delle persone portate all’alpinismo, quello classico. Va fatto però in sicurezza, imparando l’arte del procedere in parete ed il sapersi legare quando occorre. Gli incidenti succedono se si cercano le difficoltà senza essere in grado di gestirle, sprovvisti magari di quella corda che potrebbe con poche e semplici manovre, togliervi dai guai.